Mario De Biase PDF Stampa E-mail

Due recenti tentativi di sintesi sul fotorepor­tage italiano degli ultimi anni hanno indagato personaggi, vicende e problemi della fotografia in Italia: da una parte con il taglio cronachistica di Italo Zannier (Storia della fotografia italiana degli ultimi 70 anni, Modena 1978), dall'altra con la rievocazione memorialistica e una posizione interpretativa militante del catalogo a più mani L'informazione negata. Il fotogiornalismo in Italia. 1945-1980 (Bari 1981).

In entrambi i casi sporadica è stata l'attenzione a quel gruppo di fotografi giornalisti che, negli ultimi decenni, hanno operato dall'inter­no del mondo editoriale, vuoi in qualità di fotografi di redazione, vuoi come responsabili dei servizi fotografici. Figura emblematica di questo gruppo di professionisti è senz'altro Mario De Biasi, quant'altri mai personaggio che si identifica appieno con la testata, Epoca, per la quale lavora ormai da circa trent'anni. Il binomio De Biasi-Epoca non è solamente un'ormai automatica associazione di idee: è anche l'emblema di una simbiosi ideale, sentimentale, professionale che potrebbe venir citata a esempio in campo internazionale.Con Epoca, Mario De Biasi ha probabilmente superato ogni record esistente: centinaia di copertine, decine di migliaia di chilometri percorsi, dozzine di visite in ogni continente, viaggi lunghi e tormentati o rapidissime puntate di poche ore, dodici direttori, innumerevoli inserti speciali e trent'anni di una splendida carrie­ra professionale spesi completamente sotto il segno della fotografia. Ma De Biasi è uomo di ben altri record. Quanti fotografi italiani possono vantare, come lui, un uguale numero di fotografie scattate? Quanti come lui sono univer­salmente conosciuti? Quanti possono altrettanto felicemente passare dal fuoco dei carri armati alla contemplazione della natura, dal fragore di un'eruzione alla poesia della maternità, dallo scintillio freddo dei templi della scienza al salotto intimo di un vecchio pittore, riportandone - ogni volta, immancabilmente - immagini di grande densità emotiva e di nitida narratività? Nonostante tutto, Mario De Biasi non è quello che si dice un "personaggio". Non ne ha le pose né le pretese. Probabilmente non ne ha il tempo. Il suo modo di lavorare, che stroncherebbe fisicamente chiunque altro, e la sua storia personale di selfnade man che giunge dove vuole grazie a una volontà di ferro, gli hanno fatto assumere - negli anni - un abito mentale teso all'essenziale, capace di adattarsi a ogni situazione senza sovrapporvi protagonismi fuori luogo, ma in grado di portare a termine, grazie all'abilità tecnica unita a grinta giornalistica, qualsiasi incarico gli venga affidato o compito che si prefigga.

De Biasi nasce, ultimo di cinque figli di una famiglia di modeste condizioni, a Sois (vicino a Belluno) il 2 giugno 1923. Fino a quindici anni, terminate le scuole elementari, vive tra Piave e monte Serva, maturando nel lavoro dell'alpeg­gio, insieme a grandi doti fisiche, quelle "smaglianti qualità montanare" (per dirla con Pier Francesco Listri che, sul Resto del Carlino, ne tratteggerà un acuto ritratto) che rappresentano tutt'oggi il sostrato evidente della sua personalità.    

Evitato il servizio militare perché "più utile sul suo posto di lavoro" (è ormai un radiotecnico eccellente), incappa, nel 1944, in un rastrellamento tedesco in Piaz­zale Loreto e viene inviato in un campo di lavoro in Germania. A Norimberga lavora alla Siemens. E impara il tedesco. Ma è la fine della guerra a portargli qualcosa che segnerà il suo destino. Con la sua solita, irrefrenabile curiosità, scopre, alla fine della guerra, tra le macerie di una casa bombardata di Norimber­ga, un libro che si affretta a raccogliere. È un manuale, in tedesco, di fotografia. Dopo avergli dato un'occhiata, ritorna sul posto e fruga: raccoglie un torchietto per la stampa a contatto, dei pacchi di carta autovirante e una discreta quantità di prodotti chimici per la fotografia. La disponibilità del materiale è una sfida: occorre provare. La famiglia che lo ospita in Germania gli regala una fotocamera Welta 6X6, apparecchio senza telemetro che, per diversi anni, sarà il suo unico strumento. L'apprendistato fotografico dura circa un anno, in Germania. Nel tardo 1946, quando finalmente ritorna a Milano per riprendere il suo posto alla Magneti Marelli, nella valigia porta il proprio destino. Decide di fare parte per se stesso, arricchendo il panorama delle proprie possibilità attraverso le riviste (Camera, Ferrania, Foto­grafia, Il Progresso Fotografico), attraverso i libri sfogliati febbrilmente nelle librerie del centro, attraverso discussioni con Pietro Donzelli, Paolo Monti, Ezio Croci. Partecipa a molti concorsi amatoriali facendo man bassa di premi. Comin­cia a vedere le sue immagini pubblicate su alcune riviste fotografiche.

Quando, nel 1952, gli allestiscono una mostra personale (unico tra 108 autori italiani tra cui i migliori nomi del fotoamatorismo nazionale) al Quinto Salone Internazionale di Fotografia nei locali della Triennale di Milano, i consensi raccolti lo convincono che è il momento di tentare il grande salto. Con una lettera di presentazione di Gianni Hoepli per Alberto Mondadori si presenta, negli ultimi giorni del 1952, per un posto di fotografo nella rivista che è stata da poco fondata, Epoca. In assenza dell'editore, Sergio Polillo, amministratore della testa­ta, Renzo Segala, direttore, ed Enzo Biagi, redattore-capo, guardano le sue foto­grafie e gliene comprano dieci per centomila lire. Rigirandosi tra le mani il primo assegno della sua vita, De Biasi corre a casa. Pochi giorni dopo, una telefonata lo raggiunge: lo invitano da Epoca a entrare nella redazione come fotografo. È la metà del gennaio 1953.

Quando De Biasi arriva alla testata mondadoriana (inquadrato come impiegato di seconda categoria), vi lavora come fotografo Mario Carrieri. Da Roma arrivano le fotografie di Ettore Augusto Naldoni,  da agenzie: come la Black Star e, soprattutto, la Magnum. Per De Biasi è l'occasione che cercava da sempre: in pochi anni riuscirà a dimostrare che il fotogiornalismo e il grande reportage d'illustrazione italiano non hanno nulla da invidiare all'estero.

Se il primo servizio è una delusione , una prova della propria tenacia di segugio quando, inviato ad Alamein per una celebrazione italiana, decide di trattenersi a sue spese in Egitto per fotografare il giovane Rais Nasser. Dopo aver inutilmente esperito tutte le vie ufficiali, incon­tra, a poche ore dalla partenza dell'aereo, in un bar, un giovane ufficiale della cerchia di Nasser (più tardi scoprirà che si chiama Anwar Sadat) che lo porta nella casa del capo, dove De Biasi fotografa il Ras in versione familiare. Lo stesso avviene nel 1955 a New York, dove - ancora una volta - si trattiene a proprie spese, riuscendo a fotografare, oltre a Ray Sugar Robinson, un insolita­mente disponibile Aristotele Onassis, nel corso di una intera mattinata trascorsa nel suo appartamento.

Nel frattempo, diventato direttore di Epoca Enzo Biagi,  lo invia  per quello che sarà destinato a diventare il suo servizio "storico", diffuso e pubblicato in tutto il mondo. Nell'ottobre 1956, dopo aver "sfondato" alla frontiera austriaca con un intervento tanto irruente quanto risolutivo, De Biasi giunge a Budapest in rivolta nel pieno dell'insurrezione. Schizzando tra pallottole e carri armati nella Piazza della Repubblica, fotografa le azioni più drammatiche e le vendette più atroci, viene ferito da una scheggia a una spalla e si merita, sulle colonne di un giorna­letto clandestino degli insorti, il cui redattore l'ha intervistato a lungo in una soffitta nella notte, l'appellativo di "italiano pazzo". In tre giorni di permanenza sulla piazza, Mario De Biasi produce le più memorabili immagini della tragedia. 

Agli anizi degli anni sessanta una nuova svolta nell'attività professionale di De Biasi, le cui vicende sono sempre più strettamente intrecciate a quelle della sua rivista. Con l'arrivo alla direzione di Nando Sampietro, si apre l'età d'oro della fotografia su Epoca. Nasce l'ormai leggendaria tradizione dell'inserto speciale, cui De Biasi darà un contributo determinante in termini sia di ideazione sia di realizzazione. Non è un caso che proprio nel 1960 venga nominato capo dei servizi fotografici della testata.   "L'artigianato in Italia", "Le città più belle del mondo", "Italia meravigliosa", "Europa meravigliosa", "I grandi poeti della nostra patria", "Le meraviglie del mondo", "I grandi della musica", "Le isole del sole", "Apollo 11": sono titoli di serie per inserti di 20-24 pagine a colori che il pubblico dimostra di apprezza­re moltissimo. E che portano De Biasi a scorrazzare per il mondo in una crescen­te frenesia creativa.

I rischi, naturalmente, non mancano. Nella notte in cui è voluto salire più vicino al cratere, rischia il soffocamento sull'Etna in eruzione: ma il servizio che ne ricava è emozionante e spettacolare al punto che il direttore vi dedica 20 pagine e la copertina, con la scritta "Il nostro fotografo ha rischiato la vita per scattare le fotografie più drammatiche dell'anno"; un'anziana lettrice gli scrive ammonendo­lo maternamente; decine di scolaresche inviano disegni e ricerche ispirate alle sue immagini.

Corre pericoli in Kenia, dove cade dal tetto di un camioncino mentre insegue degli elefanti; in Ruanda, dove un soldato Bahutu minaccia di mitragliarlo; in Iraq, dove dei musulmani infuriati vogliono linciarlo perché ha "profanato" una moschea; in Siberia dove - 65° sotto zero - rischia di perdere un orecchio per congelamento.

In effetti, accanto a disagi e fatiche inevitabili, non mancano momenti di serenità, viaggi in cui tutto fila liscio, incontri inattesi, soddisfazioni professionali in un mestiere affascinante che è, anzitutto, una ineguagliabile esperienza umana. Accanto ai grandiosi servizi di illustrazione, De Biasi racconta i fatti della storia del mondo: dal 1956 (anno del clamoroso esordio a Budapest che lo lancia a livello internazionale) a oggi ha fotografato i luoghi di sette Olimpiadi, l'interven­to americano in Libano, l'alluvione di Firenze, i viaggi del Papa nel mondo, la guerra dei sei giorni", il Maggio francese, il terremoto in Sicilia, la tragedia di Praga, il Vietnam, la Grecia dei colonnelli, il terremoto di Managua, la guerra arabo-israeliana del 1973, i funerali di Tito, il terremoto in Irpinia.    Bruno Munari ha scritto di lui: "La macchina fotografica fa ormai parte della sua anatomia, come il naso e gli occhi". Fotografo professionista che, nei momenti liberi, si dedica all'hobby della fotografia, Mario De Biasi è fotografo tous azimuts, in cui istinto, predisposizione fisiologica, vocazione, scelte culturali, sentimento e passione convergono verso quella che caparbiamente è riuscito a tradurre in una "professione" che gli riempie totalmente l'esistenza. Non è quindi il caso, con tali premesse, di meravigliarsi della sua colossale produzione, dei mille ricono­scimenti di cui è stato gratificato (il più recente, il premio Saint Vincent di giornalismo), delle continue sorprese che il suo archivio riserva. Né della risposta che mi ha dato quando, avendogli chiesto fin quando continuerà a fotografare, mi ha messo tra le mani una citazione da un libro di Wynn Bullock, che si augura venga adattata a lui tra una dozzina d'anni: "A 71 anni, Mario De Biasi brilla di entusiasmo e di vitalità. Egli dà il benvenuto a ogni mattino con rinnovata fresca esaltazione. Finché ce la farà, continuerà a fotografare come modo di vita".

Testo e foto da: I Grandi Fotografi -- Gruppo Editoriale Fabbri