Gianni Berengo Gardin PDF Stampa E-mail

L'IMMAGINE DEL MONDO

di Giovanni Chiaramonte

L’itinerario esistenziale e il percorso estetico di Gianni Berengo Gardin, nel corso della sua lunga carriera, si sono poti sviluppare grazie al dono di una profonda attenzione costantemente rivolta volto dell'uomo e all'aspetto dell'ambiente, sia naturale che architettonico, in c si vive la concreta vicenda della storia.

Su questa attenzione egli ha via via elaborato quell'originale modo di narrare F immagini che è la formula segreta del suo successo e della sua popolari testimoniati dalla pubblicazione di oltre sessanta volumi illustrati interamente in parte dalle sue fotografie. Berengo Gardin ha infatti analizzato l'uomo e l'ambiente nel loro reciproco rapporto, ora con ironia e distacco, spesso con simpatia e partecipazione, a volte con rabbia e indignazione, ma sempre e comunque all'interno di un linguaggio visivo che tende a mettere da parte la ricerca c singolo scatto perfetto, ancora legata alla poesia degli attimi eccezionali e irripetibili dell'esistenza. Egli ha privilegiato invece una dimensione narrativa di 1 ampio respiro, strutturata in più fotografie, magari meno intense, ma radia nella prosa normale e ripetitiva della vita quotidiana, quella propria della gente comune. Questa dimensione ha permesso a Berengo Gardin di osservare, o meditata riflessione, ciò che gli stava di fronte, consentendogli di documenta con rigore alcuni fondamentali e troppo spesso trascurati aspetti della realtà e ricostruire in base a essi quella superiore e vitale unità di cui l'uomo e l'ambiente sono parti indivisibili: l'unità del mondo. Il viaggio nel mondo dell'esistenza comincia per Berengo Gardin a Santa Margherita Ligure: qui nasce, nel 1930, da padre veneziano e da madre svizzera, proprietari e gestori di un lussuoso albergo in cui era solita trascorrere le proprie vacanze la famiglia reale italiana.

L'infanzia vissuta in agiatezza e senza problemi e un'educazione basata sui valori morali essenziali gli formano un carattere schivo, di assoluta semplicità, disinteressato verso la ricerca della ricchezza e del mito del successo. Ciò gli permetterà, in età matura, di scegliere con decisione e senza tentennamenti la propria strada nella fotografia documentaria, certo meno redditizia rispetto ad altri geni quali la moda o la pubblicità.

Lo scoppio della guerra e la partenza del padre per il fronte segnano il tracollo finanziario della famiglia, che si trasferisce a Roma tra i drammi e le difficoltà quel terribile, interminabile, periodo.

Giunta alfine la pace, Berengo Gardin si stabilisce a Venezia per terminare liceo.

Risalgono a questo periodo sia le prime fotografie che lui, appassionato di aviazione, esegue per delle riviste specializzate, sia le formative letture dei grafi romanzieri americani del Novecento, da Hemingway a Steinbeck a Faulkner, c gli affinano sensibilmente la naturale attenzione verso la vita concreta dell'uomo Le prime fotografie con intenzionalità creativa, semplici giochi formali, vengo eseguite nei dintorni del lago di Lugano in Svizzera, dove si era trovato un lavi nel settore alberghiero alla ricerca di un'indipendenza economica e personale. Da quel momento la passione per la fotografia non lo abbandona più e, tornato Venezia, utilizza a questo scopo ogni momento lasciatogli libero dal suo nega di vetri di Murano, meta incessante in alta stagione di una fiumana di visitato: compratori.

Passeggiando per piazza san Marco, un giorno del 1952, vede esposte in i vetrina le immagini di alcuni autori del gruppo amatoriale "La Gondola" diretto da Paolo Monti, allora insieme a "La Bussola" di Giuseppe Cavalli uno dei punti di riferimento più importanti in Italia.

Attirato dalla possibilità di confrontare le proprie immagini e le proprie opinioni con quelle di altri fotoamatori, decide di aderirvi e ha così modo di conoscere alcuni dei futuri protagonisti della fotografia italiana come Fulvio Roiter, Toni del Tin, Giuseppe Bruno, Elio Ciol..

I membri della Gondola, anche se avevano maturato una certa attenzione alle istanze sociali ed esistenziali poste dalla cultura del neorealismo, erano ancora condizionati dalle idee di Cavalli e concepivano "la fotografia come arte", elimi­nando pertanto ogni rapporto con la vita concreta "perché in arte il soggetto non ha alcuna importanza" e "il documento non è arte".

Berengo Gardin, seguendo il filo sottile delle proprie intuizioni, che divergevano radicalmente da questa visione puramente estetica del fotografare, si reca a Pari­gi, incuriosito da quel poco che si sapeva allora in Italia della grande stagione del reportage.

Il soggiorno di due anni nella capitale francese è decisivo per la sua formazione e per le sue future scelte professionali: qui, incontrando personalmente autori come Doisneau, Ronis, Boubat, Masclet, si rende conto che il linguaggio di questi reporter, dato da un coinvolgimento diretto con la realtà reso possibile dall'uso delle piccole macchine 35 mm, era quello che meglio gli permetteva di esprime­re se stesso e il mondo che vedeva agitarsi intorno a lui.

Messa da parte l'ingombrante e lenta Rolleiflex, a favore di un'agile reflex Exakta, Berengo Gardin prende a fotografare con libertà e immediatezza tra le vie di Montmartre e lungo la Senna, fermando il suo sguardo sugli aspetti della norma­lità quotidiana della città: una coppia che si bacia vicino al Quai D'Orsay, un clochard addormentatosi sopra un cumulo di mattoni, una donna col cane lungo un muro pieno di anonimi graffiti.

Il Berengo Gardin che lascia Parigi nel 1954 per tornare a lavorare nel negozio di vetri di Murano e a fotografare, durante il tempo libero, tra le calli e i campielli della laguna, si è ormai rassicurato sulla giustezza delle sue intuizioni ed è consapevole dell'originalità della sua visione.

Anche a Venezia la situazione degli amici della Gondola è però cambiata.

Monti, a quarantasei anni, ha abbandonato il suo lavoro di dirigente e si e trasferito a Milano, polo dello sviluppo industriale del paese, per diventare foto­grafo professionista.

Roiter, con quello stile in cui "l'edonismo è sempre in agguato" (come scrive Turroni), aveva pubblicato presso le Edizioni Clairefontaine di Losanna il fotoli­bro   Venise à fleur d'eau, un omaggio all'immagine della città confermata nel mito della sua antica bellezza piuttosto che indagata nelle affascinanti contraddi­zioni del suo presente.

Berengo Gardin prosegue tranquillamente per la sua diversa strada e inizia a collaborare con importanti riviste nazionali quali Il Borghese di Longanesi e Il Mondo di Pannunzio, completando la sua formazione sulla rigorosa lezione di stile e di impegno civile dei fotografi della Farm Security Administration, in cui ritrova quel gusto per la narrazione che tanto lo aveva affascinato nelle giovanili letture di Faulkner e Steinbeck.

Le fotografie che Berengo Gardin scatta nelle più diverse località della penisola, da Venezia a Milano a Roma, dalle colline toscane ai rettifili dell'Aurelia, mo­strano, senza retorica e inutili estetismi, il volto di un paese in piena transizione da una civiltà contadina dove i campi vengono lavorati con l'aratro trainato dai buoi, verso una moderna anche se inquieti civiltà industriale. La novità del suo linguaggio è immediatamente colta dai critici più sensibili.

Testo e foto da: I Grandi Fotografi -- Gruppo Editoriale Fabbri