Pepi Merisio PDF Stampa E-mail
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Domenica 02 Gennaio 2011 15:22

UNA  RICERCA  PARTECIPE, AFFETTUOSA E TESTARDA

di Enzo Fabiani

"E solito luogo comune chiedersi se la

fotografia sia arte, in realtà è un falso problema: come in qualsiasi manifestazioni artistica non tutto può risultare `sublime e conservare, trasferendola nello spazio e nel tempo, quella sottile ragnatela di emozioni che connota un prodotto “artistico”. Mi sembra indubbio che operando in sintesi nell'opera di alcuni fotografi o analizzando alcune immagini risulti forte e prepotente la forza emotiva che e: conservano e ,tramandano, almeno quanto le ceramiche di Della Robbia, le incisioni del Durer, i grandi vetri Muranesi, e talvolta si possano ritrovare valori vicini alla migliore pittura, mosaico o letteratura." Così risponde Pepi Merisio ad una mia domanda provocatoria, offrendo la chiave giusta per saper vedere e capire quella severa e nitida "leggenda" che mediante suo "racconto fotografico" egli da ormai trentacinque anni (ebbe la sua prima macchina fotografica nel 1947, a sedici anni) va giorno dopo giorno fissando meglio definendo con esatta intelligenza nel "rispetto di tutti e di tutto"... Raramente quindi una sola fotografia, ma, nel suo caso, diverse fotografie: perché una sola parola non può essere, appunto, poesia e nemmeno verità; e nemmeno gli uomini possono restare soli (Vae soli!, infatti; anche se Leonardo diceva: " solo e sarai tutto tuo"...), essendo la vita armonia con qualcuno o qualcosa duetto, o coro... Questo per dire che Merisio non è portato a vedere e sentir ritrarre decorativamente e aridamente il cornicione color miele o la barchetta c sonnecchia sul mare, bensì con spirito partecipante gli uomini e le donne che ridono, che faticano, che pregano, che cantano, che bevono. Ed è portato a questo per diversi motivi: perché è nato in un gran paese della Bassa bergamasca (e cioè in quel Caravaggio su cui la Madonna vigila, e dove nacque quel genio che nome Michelangelo Merisi e che forse è suo parente), paese dove lo stare uniti la era, necessità oltreché di affetti di difesa contro le acque, le pestilenze, la fame le soldataglie nemiche; perché, da cattolico qual’è, ricorda che il buon Dio ( presente, e volentieri, tra coloro che stanno insieme nel suo nome (anche se sta molto volentieri anche con chi è solo); perché, da laureato in filosofia quale Merisio è, sa distinguere, pur nel lavoro, o almeno lo tenta, il vero dal vano. sostanza dall'apparenza...

Ecco dunque, per questi e anche per altri motivi, Merisio vedere e amare e quindi voler "testimoniare" un mondo armonioso e severo, gentile e a volte barbarico: quello cosiddetto della civiltà contadina, su cui "riferire" innanzitutto secondo il proprio istinto e la propria volontà, e poi secondo la lezione dei grandi fotografi (da Brassai a Cartier-Bresson) come anche, e specialmente, della Farm Security Administration: "Un genere che avvertii subito" dirà Merisio, "affine .alla mia sensibilità e a quello che volevo fare. Mi sembrò di conoscerli da sempre quei modi di lavoro, forse perché mi svelavano il mio patrimonio iconografico primigenio".

Siamo ai primi passi di quella scoperta della Terra di Bergamo che Merisio guardato e studiato per anni e anni, raccogliendo migliaia di immagini grazie , quali potrà pubblicare nel 1969 quel libro che resta ancor oggi tra i suoi migliori. È di quel tempo, di quella ricerca affettuosa e testarda, il gruppo di fotografico, intitolato In morte dello zio Angelo, che lo fece conoscere all'estero e specialmente in Germania. In quel "servizio", come in altre decine e decine che verranno era reso perfettamente quel "senso del tempo" che è per lui entità non tanto cronologica, quanto spirituale e culturale. Merisio insomma non fotografa il contadino o la massaia, il cavallaro o il frate cercatore (come farà nel bellissimo, penultimo suo libro Il cantico dell'Umbria), il sensale o il boscaiolo per ricamare un "lamento" sulla progressiva scomparsa di queste persone e di quel che esse rappresentano, bensì per testimoniare un modo di vita più serio e vero, più da individui che da mandrie, più da uomini pensanti alla vita e a Dio che da automi o bambocci motorizzati e intelevisiti... Diceva in proposito Merisio: "Questo senso del tempo (che io intendo e sento da un punto di vista filosofico, religioso, sociale e umano) veniva e viene da me dato anche ripensando al livellamento che ci minaccia e umilia. Basti pensare soltanto a quel condizionamento esterno che è la moda, la quale toglie le caratteristiche (e cioè la realtà, la verità, la tradizione) non soltanto individuali, ma anche proprio temporali e addirittura locali. Oggi vai a Hong Kong, e trovi il ragazzo vestito come a Cogne o a Fucecchio; e a Fucecchio vedi l'uomo vestito come a Tirano e fischiettante lo stesso mediocre motivo musicale. Ora è evidente che questo livellamento, questo sbiadimento dell'individuo è una forma di violenza che io rifiuto: e lo dico ricordando senza retorica figure e modi di vita meno anonimi, meno cedevoli, meno illusi. Certo, so bene che i contadini, i boscaioli eccetera erano spesso, e ancora sono, vittime delle ingiustizie, dell'ignoranza e così via: ma erano, e sono, almeno dei passionali, e le passioni, si sa, sono forze. Questo voglio dire con le mie fotografie, senza, ripeto, retorica alcuna". Nascendo da queste idee e principi, le fotografie di Merisio non possono essere, come non sono, né decorative né espressionistiche, né surreali né astratte, né tantomeno letterarie. Una conferma l'abbiamo (oltreché nei volumi sul mondo contadino) nella serie dedicata alle varie regioni italiane, dalla Lombardia al­l'Umbria, dalla Puglia alla Sicilia. Neanche qui Merisio "inventa" o accarezza, ma semmai sceglie e definisce, portando e conservando nell'immagine lo spirito originale della persona o dell'edificio.

Le sue immagini fiorentine o senesi sono fiorentine e senesi: non veneziane o siciliane o umbre. E questo perché egli non segue una maniera o una formula, ma una sua ragione interiore, un ritmo che è sempre personale, meditato, interiore appunto, e non soltanto visivo: la "forza degli occhi" insomma non è in lui soltanto e graziosamente fisica...

Non vorrei tuttavia far passare Pepi Merisio come una specie di "fotografo cercatore", o di misticheggiante e raziocinante laudatore della tradizione, o di profeta dell'ecologia e dell'agrimensura. "No, affatto," egli mi ha detto, "io quando faccio una fotografia non rimpiango nulla; quando faccio una fotografia non ragiono: anche se ti posso concedere che, forse, ho ragionato prima." Tra l'altro egli è un uomo che, anche come fotografo, sa perfettamente controllar­si, sa tener presente la propria misura (e quindi corrispondere al suo stile) in ogni occasione. Se fosse stato un emotivo o un "approfittatore" dei momenti e degli ambienti, facilmente Merisio avrebbe cambiato 'stile e modi. E invece non l'ha fatto: nemmeno quando seguiva, quale "artista fotografo", il papa Paolo VI nei suoi viaggi; non l'ha fatto quando ha potuto fotografare le stanze e le sale del Vaticano. Anzi è stato allora che ha voluto più di sempre essere se stesso, cercando semmai corrispondenza e conferma tra i motivi venerabili o solenni e la propria "architettura di idee", di cui più volte si è detto.

Racconto quasi leggendario ed essenziale di un mondo che scompare, di un mondo che si sfoca; immagini di campagne e di conventi, di piazze e di paesi arroccati, di donne che vanno al mercato, di operai che vanno al lavoro nella nebbia dei Navigli, di cavalli e fantini lanciati nella corsa del Palio di Siena, o folle di santi e soldataglie che piangono o imprecano nelle Cappelle dei Sacri Monti (cito a memoria), e perciò poema vivo, vivace e scarno, magari con qualche memoria o misura romanica (almeno a me sembra, specie nelle figure dei contadini simili a statue solenni, e accorate), proposto mediante un perfetto "racconto fotografico".

Ma in che senso? Lo ha precisato Merisio: "Nel racconto fotografico non occorre che la serie di fotografie descriva un avvenimento nel susseguirsi delle varie azioni, quanto piuttosto che la totalità del fatto, il suo `tempo' sia reso con verità. La fotografia non è un fatto filmico, essa non rappresenta un susseguirsi movimenti, ma di immagini concluse. Se infatti esaminiamo i reportages divenuti ormai classici (anche quelli che si riferiscono a un fatto di cronaca) notiamo che il fotografo è sempre riuscito ad affrancarsi da qualsiasi cadenza cinematografica. Ricordo, tanto per fare un esempio, la mirabile serie di fotografie scattate Kryn Taconis sul disastro di Marcinelles (Biennale di Venezia del 1957): nessun senso cronachistico, ma solo la grande assenza dei minatori sepolti in miniera l'attesa spasmodica di notizie dal sottosuolo (le centinaia di abiti appesi ai soffitti in attesa dei proprietari ormai morti; le centinaia di mani avvinghiate ai soffitti della miniera...). Con questi esempi si dovrebbe avere dinanzi la via maestra seguire, non nel senso di una imitazione superficiale, quanto invece nella ricerca degli elementi strutturali, che rendono validi alcuni modi di narrare per immagini .

Altro argomento per la validità del fare merisiano si può avere indicativamente mi sembra, nella somiglianza con quello che fu il modo di creare in certi pittori ( tre e quattrocenteschi da Simone Martini a Masaccio), i quali, anche se qualche caso se ne andarono a studiare gli avori o i quadri d'Oltralpe, quando trattò di fare i capolavori fissarono gli occhi lì, nella loro città: e raffigurarono nella Madonna o nell'apostolo il volto di questa fanciulla amata o di quel giovane amico; e quando fecero le loro mirabili "storiette" ripresero le vie e i tetti c vedevano dalla bottega (anche se nel cielo ci scatenarono diavoli allegri e angioli tozzi). Intendo con questo ricordo semplicemente rilevare in Merisio il timbro della fedeltà alla propria origine, alla propria civiltà locale: le quali non ammettono, per molte ragioni, forzature, labili tenerezze, e svolazzi e deformazioni. (Chi è senese, tale resti, e così il bergamasco. E se uno va a Parigi, ricordi almeno nel colore la sua toscanità, come fece Modigliani. Non si travesta...) Certo, basta una sola fotografia di Merisio (anche se da sola, secondo lui, essere capolavoro non ce la fa...) a dire molto di più di queste mie indicazioi che hanno evitato di proposito il discorso per esempio delle geometrie, de teorie, delle tecniche e cose simili: anche perché a me poco dice, o comunque devia, pure se si tratta di un quadro di Piero della Francesca, ed è lui stesso disquisire di prospettive, triangoli e cerchi. Io so questo: avendo avuto la fortuna di lavorare insieme a Pepi Merisio per cantico dell'Umbria (anche se io ho fatto soltanto la "parrucca" introduttiva), potuto verificare di persona quanto le fotografie sue siano "vere" e "profonde quando sono ritornato in Umbria e ho scoperto che prima, da solo, ben poco avevo capito di quel paesaggio, di quelle piazze in cui, anche se vuote, Merisio fa sentire l'orma, l'alito dell'uomo, di quei capolavori, di quei santi, di quelle campagne. Quando cioè, finito il libro, sono ritornato ad Assisi o a Spello, ho sentito di scoprirli e amarli in un modo nuovo, perché e in quanto avevo visto fotografie di Merisio.

 

 
    

 

 Testo e foto da: I Grandi Fotografi -- Gruppo Editoriale Fabbri

 

Ultimo aggiornamento Domenica 02 Gennaio 2011 16:25